«Diverse volte, anche su questo blog, ho chiesto e mi sono chiesto com’è meglio comportarsi nei dibattiti televisivi, quando i dipendenti del premier più aggressivi ti interrompono urlando al quarto o quinto secondo del tuo discorso.
Come sapete, la loro non è una reazione istintiva ma una strategia di comunicazione basica: interrompere, non far parlare, per evitare che il ragionamento dell’avversario (giusto o sbagliato che sia) possa arrivare a compimento e quindi essere comunicato ai telespettatori. Non sia mai che nel popolo catodico nasca qualche dubbio, non sia mai che da casa si possano ascoltare opinioni diverse e magari pensarci su.
A fronte di questo manganellamento mediatico c’è la forte tentazione di abbozzare, nella speranza che davanti alla tivù si accorgano di quanto i berluscones (non tutti, ma parecchi) siano arroganti e prepotenti. “E che caspita” – uno pensa – “sono una persona civile e non mi abbasso al livello di questo qui”.
Per un po’ di tempo l’ho fatto anch’io, poi mi sono rotto.
No davvero, mi sono rotto perché ho capito che – se abbozzi – da pochissimi di quelli che ti hanno seguito ti arriva il credito della pacatezza, mentre da molti il feed-back è di delusione per non aver saputo tenere il punto – o perfino la sensazione percepita di una debolezza comunicativa.
E’ triste, lo so, ma è questo l’effetto della tivù».
[Alessandro Gilioli | Piovono Rane 10-06-10]
E’ triste non perché questo sia l’effetto della TV. E’ triste perché c’è una chiara confusione a priori fra la qualità argomentativa e le rispettive modalità d’espressione. Quando sbraitare agli interlocutori per dare forza alle proprie argomentazioni, o cercare di sminuire la superiorità delle altrui, verrà considerato dai più una banale pratica troglodita, i politicanti televisivi (con galoppini al seguito) occulteranno la clava.





